Quando l’estate sta finendo: perché settembre ci mette già ansia?

È ancora agosto. Sei magari ancora in vacanza, hai davanti qualche giorno di mare, di riposo o semplicemente di ritmi più lenti. Eppure, nella tua testa, settembre è già arrivato.

Cominci a pensare al lavoro da riprendere, agli impegni lasciati in sospeso, alla scuola dei bambini, alla casa da riorganizzare, agli appuntamenti da fissare. E magari compare anche quella sensazione difficile da spiegare: una specie di inquietudine che cresce man mano che le vacanze si avvicinano alla fine.

“Come farò a gestire tutto?” “A settembre devo assolutamente rimettermi in carreggiata.” “Devo organizzarmi meglio.” “Non posso continuare a rimandare.”

A volte settembre arriva prima nella nostra mente che sul calendario. Ma perché succede? E soprattutto: è davvero settembre a metterci ansia oppure è il modo in cui iniziamo ad anticiparlo?

Il corpo è ancora in vacanza, ma la mente è già tornata

Durante le vacanze cambiano molte delle nostre abitudini. Gli orari diventano più flessibili, diminuiscono gli impegni, ci concediamo più tempo, cambiano il sonno, i pasti e il modo in cui organizziamo le giornate. Poi, lentamente, iniziamo a pensare al ritorno. Ed è proprio qui che può comparire quello che potremmo chiamare, in modo informale, “il settembre mentale”. Fisicamente siamo ancora ad agosto, ma mentalmente siamo già proiettati a ciò che verrà. La mente comincia a simulare il futuro: Come sarà tornare al lavoro? Riuscirò a conciliare tutto? Quando riuscirò a riposarmi? Come farò con tutti gli impegni?

Questo meccanismo, in sé, non è patologico. La nostra mente ha naturalmente la capacità di anticipare gli eventi e prepararsi a ciò che potrebbe accadere. Prevedere, pianificare e organizzarsi sono funzioni importanti.

Il problema può nascere quando l’anticipazione smette di essere uno strumento per prepararci e diventa un modo per vivere in anticipo ciò che temiamo.

Ansia anticipatoria: quando viviamo oggi ciò che potrebbe accadere domani

L’ansia anticipatoria nasce proprio dalla proiezione verso il futuro. Non dobbiamo necessariamente trovarci davanti a una situazione difficile perché il nostro sistema di allerta si attivi. A volte è sufficiente immaginarla. Pensiamo a qualcosa che dovremo affrontare e iniziamo a chiederci: “E se non ce la facessi?” “E se fosse troppo?” “E se non riuscissi a gestire tutto?”

Il problema è che la mente tende facilmente a confondere possibilità e probabilità. Il fatto che qualcosa possa essere difficile non significa che andrà necessariamente male.

Eppure, quando siamo in uno stato di preoccupazione, il cervello può iniziare a trattare gli scenari futuri come se richiedessero una risposta immediata. Così possiamo ritrovarci in spiaggia a preoccuparci di una riunione che avremo tra tre settimane. Oppure durante una cena con gli amici a pensare alla mole di lavoro che troveremo al rientro. Non siamo più soltanto preoccupati per settembre. Stiamo già vivendo settembre.

Prepararsi o rimuginare? La differenza è importante

C’è una differenza fondamentale tra preparazione e rimuginio. Prepararsi significa chiedersi:

“Cosa posso fare concretamente per affrontare questa situazione?”

E magari prendere una decisione, fissare un appuntamento, organizzare una giornata o stabilire una priorità.

Il rimuginio funziona diversamente. Continuiamo a tornare sugli stessi pensieri, cercando di prevedere ogni possibile problema o di raggiungere una certezza che, sul futuro, non possiamo avere. “E se poi succede questo?” “E se non riesco?” “Forse dovrei organizzarmi ancora meglio.” “Ma se poi accade qualcosa che non avevo previsto?”

La sensazione può essere quella di stare facendo qualcosa di utile, perché stiamo “pensando al problema”. In realtà, però, spesso non stiamo arrivando a una soluzione. Stiamo semplicemente continuando a pensare.

Una domanda può aiutare a distinguere le due cose:

“Questo pensiero mi sta portando verso un’azione concreta oppure mi sta facendo girare ancora una volta intorno allo stesso problema?”

“A settembre cambio tutto”: la trappola del nuovo inizio

C’è poi un altro aspetto particolare del periodo di settembre. Per molte persone settembre rappresenta una sorta di secondo Capodanno. È il momento in cui si ricomincia. E quindi bisogna:

  • tornare in palestra;
  • mangiare meglio;
  • essere più organizzati;
  • lavorare di più;
  • recuperare ciò che è rimasto indietro;
  • dedicare più tempo alla famiglia;
  • sistemare la casa;
  • riprendere i progetti;
  • essere finalmente più produttivi.

Avere obiettivi non è certamente un problema. Il problema nasce quando trasformiamo settembre in una prova da superare. “A settembre devo rimettere tutto a posto.” “Questa volta devo riuscire a organizzarmi.” “Da settembre devo essere più disciplinata.” “Non posso più perdere tempo.” Dietro questi pensieri può esserci un’aspettativa implicita: quando tornerò alla routine, dovrò essere una versione migliore di me stessa.

E così il rientro non rappresenta più semplicemente il ritorno alla quotidianità. Diventa un’occasione per correggere tutto ciò che, secondo noi, durante l’anno precedente non ha funzionato. Ma questo può trasformare una normale ripresa in una nuova fonte di pressione.

Perché tornare alla routine può sembrarci così difficile?

Dopo un periodo di pausa, il nostro ritmo cambia. Abbiamo magari dormito di più, avuto meno appuntamenti, trascorso più tempo con le persone che amiamo o semplicemente avuto meno richieste da soddisfare. Il ritorno alla routine richiede quindi un nuovo adattamento. È normale avvertire un po’ di fatica, malinconia o irritabilità. Non significa necessariamente che non amiamo il nostro lavoro. Non significa automaticamente che la nostra vita quotidiana sia sbagliata. E soprattutto non significa che le vacanze “non siano servite a nulla”.

A volte significa semplicemente che il passaggio da un ritmo all’altro richiede tempo.

Il problema è che possiamo interpretare questa fatica in modo molto rigido: “Non dovrei sentirmi così.” “Dovrei essere già carica.” “Gli altri sembrano ripartire senza problemi.”

E anche questa seconda valutazione può aumentare il disagio. Non solo ci sentiamo stanchi o preoccupati. Cominciamo anche a pensare che non dovremmo esserlo.

Ma cosa temi davvero quando pensi a settembre?

Questa è forse la domanda più interessante. Perché a volte “sono in ansia per il rientro” è soltanto la superficie del problema. Se proviamo a guardare un po’ più in profondità, potremmo scoprire che ciò che ci preoccupa realmente è altro. Per qualcuno è la paura di non riuscire a gestire tutte le responsabilità. Per qualcun altro è il timore di deludere gli altri. Per altri ancora è la difficoltà a tollerare l’incertezza. Potrebbero esserci pensieri come: “Tutti avranno bisogno di me.” “Non posso permettermi di fermarmi.” “Se non riesco a fare tutto bene, significa che sto fallendo.” “Devo avere tutto sotto controllo.” “Non so come farò a sostenere tutto questo.”

In questi casi settembre diventa semplicemente il contesto che fa emergere un funzionamento psicologico già presente. Il rientro, con il suo carico di responsabilità e cambiamenti, può attivare il bisogno di controllo, il perfezionismo, la paura di non essere abbastanza o la difficoltà a tollerare ciò che non possiamo prevedere. Ed è per questo che la stessa situazione può essere vissuta in maniera completamente diversa da persone diverse.

Come affrontare il rientro senza trasformarlo in un’altra fonte di stress

Non esiste un modo per eliminare completamente l’ansia. L’obiettivo può essere piuttosto imparare a non lasciare che l’ansia occupi tutto lo spazio disponibile.

1. Non vivere settembre in anticipo

Quando ti accorgi che stai già vivendo mentalmente il rientro, prova a chiederti:

“C’è qualcosa che devo realmente affrontare oggi?”

Se la risposta è no, puoi ricordarti che il problema appartiene al futuro. Non significa ignorarlo. Significa semplicemente non affrontarlo prima del tempo.

2. Trasforma la preoccupazione in un’azione concreta

Se c’è qualcosa che puoi effettivamente organizzare, fallo. Ma cerca di fermarti lì. Non: “A settembre sarà un disastro.”

Piuttosto:

“Qual è la prima cosa concreta che posso fare?”

Una telefonata. Un appuntamento. Una lista di priorità. Un’organizzazione minima della prima settimana.

L’azione interrompe spesso quel circuito mentale in cui continuiamo a cercare una soluzione soltanto attraverso il pensiero.

3. Non ricominciare tutto contemporaneamente

Non è necessario trasformare il primo settembre in una rivoluzione. Non devi contemporaneamente: iniziare la dieta, andare in palestra cinque volte a settimana, essere più produttivo, sistemare casa, recuperare tutti gli amici, dormire perfettamente e portare avanti tre nuovi progetti.

Puoi scegliere una cosa. Una piccola abitudine. Un cambiamento sostenibile. La continuità è spesso più utile della perfezione.

4. Accetta che non puoi prevedere tutto

Una parte dell’ansia nasce dal tentativo di raggiungere una certezza che il futuro non può offrirci.

Potremmo pensare: “Se riesco a prevedere tutte le difficoltà, sarò finalmente tranquilla.”

Ma la vita non funziona così. Non possiamo sapere in anticipo come andrà ogni giornata, quali problemi incontreremo o come reagiremo. Possiamo però imparare a fidarci maggiormente della nostra capacità di affrontare ciò che arriverà. Non dobbiamo sapere oggi come gestiremo ogni possibile problema di domani.

5. Chiediti cosa vuoi portare con te dall’estate

Questa domanda può cambiare il significato del rientro.

Non soltanto: “Cosa devo riprendere a fare?”

ma anche:

“Che cosa ho sperimentato durante questa pausa che vorrei continuare a coltivare nella mia vita quotidiana?”

Forse hai scoperto che hai bisogno di più tempo per te. Forse che stare all’aperto ti fa bene. Forse che non vuoi più riempire ogni momento della giornata. Forse che vedere le persone che ami è diventato importante.

La vacanza non deve necessariamente essere una parentesi che si chiude il giorno in cui torni al lavoro. Può anche lasciarti qualcosa.

Quando l’ansia da rientro merita maggiore attenzione?

Un po’ di malinconia per la fine delle vacanze o qualche preoccupazione per il ritorno alla routine sono esperienze comuni.

Può essere utile, invece, fermarsi a osservare il problema quando l’ansia diventa particolarmente intensa o persistente.

Per esempio quando:

  • interferisce significativamente con il sonno;
  • occupa gran parte della giornata;
  • porta a evitare situazioni o responsabilità;
  • provoca una forte attivazione fisica;
  • rende difficile concentrarsi sul presente;
  • alimenta continuamente pensieri catastrofici;
  • si ripresenta in maniera molto intensa davanti a ogni cambiamento o periodo di transizione.

In questi casi potrebbe essere utile chiedersi non soltanto: “Come posso eliminare l’ansia per settembre?”

ma: “Che cosa rende così difficile per me affrontare ciò che settembre rappresenta?”

Questa seconda domanda apre uno spazio di comprensione molto più ampio.

Non devi arrivare a settembre pronto a tutto

Forse non è necessario arrivare a settembre completamente organizzati, motivati e pieni di energie.

Non devi recuperare tutto. Non devi trasformare il rientro in un nuovo inizio perfetto. E non devi risolvere ad agosto tutti i problemi che potresti incontrare a settembre.

Puoi semplicemente tornare, un passo alla volta, alla tua quotidianità.

Perché l’obiettivo non è eliminare ogni preoccupazione per il futuro. È imparare a riconoscere quando la mente sta cercando di proteggerci anticipando ciò che potrebbe accadere e, quando possibile, tornare a ciò che sta realmente accadendo nel presente.

Forse, allora, la domanda da portare con sé negli ultimi giorni di agosto non è: “Come farò a gestire tutto a settembre?”

Ma:

“Cosa posso permettermi di vivere ancora oggi, senza chiedere alla mia mente di risolvere in anticipo ciò che non è ancora arrivato?”

Quando chiedere aiuto

Se ti accorgi che l’ansia per il futuro, il bisogno di controllo o la sensazione di dover gestire tutto stanno diventando difficili da sostenere, può essere utile fermarsi e comprendere cosa alimenta questi meccanismi.

La psicoterapia può aiutare a riconoscere i pensieri e i comportamenti che mantengono l’ansia e a sviluppare un rapporto più flessibile con l’incertezza, le emozioni e le proprie responsabilità.

Se senti che questo è il momento giusto per iniziare un percorso, puoi contattarmi per fissare un primo colloquio.

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